- 19 Giugno 2026
- Proprietà industriale
- Raffaele Bonini
Nel mondo dell’innovazione industriale, osservare ciò che fanno i concorrenti è una pratica tanto diffusa quanto inevitabile. Dalle macchine utensili ai dispositivi elettronici, passando per software, componenti meccanici e prodotti di consumo, molte aziende investono tempo e risorse per analizzare soluzioni già presenti sul mercato. Questa attività prende il nome di reverse engineering e consiste nello studio di un prodotto esistente per comprenderne struttura, funzionamento e caratteristiche tecniche. Ma fino a che punto è possibile spingersi? Smontare un prodotto acquistato regolarmente è lecito? E una volta compreso come funziona, è possibile riprodurlo? La risposta, come spesso accade nel campo della proprietà industriale, richiede alcune importanti precisazioni.
Cos’è il reverse engineering?
Per reverse engineering si intende il processo attraverso il quale si analizza un prodotto finito per risalire alle logiche progettuali che ne hanno determinato la realizzazione. L’obiettivo può essere diverso a seconda dei casi:
- comprendere il funzionamento di un dispositivo;
- individuare soluzioni tecniche innovative;
- migliorare un prodotto esistente;
- sviluppare soluzioni compatibili o interoperabili.
Si tratta di una pratica largamente utilizzata in numerosi settori industriali e tecnologici, dalla meccanica all’automazione, dall’elettronica al software.
Reverse engineering: quando è lecito?
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il reverse engineering non è di per sé un’attività vietata. In linea generale, l’analisi di un prodotto ottenuto legittimamente è considerata lecita. Acquistare un prodotto presente sul mercato, osservarne il funzionamento, smontarlo e studiarne le caratteristiche tecniche rappresenta normalmente un comportamento consentito dall’ordinamento. La semplice acquisizione di conoscenze tecniche attraverso l’osservazione e lo studio non equivale infatti a una violazione dei diritti di proprietà industriale. Tuttavia, il confine tra attività lecita e comportamento illecito può diventare molto sottile quando entrano in gioco brevetti, segreti industriali o diritti esclusivi di altra natura.
Il rapporto tra reverse engineering e brevetti
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto con i brevetti. A differenza del segreto industriale, il brevetto si fonda sul principio secondo cui l’inventore ottiene un diritto esclusivo temporaneo in cambio della divulgazione dell’invenzione. Per questo motivo, studiare un prodotto brevettato è generalmente lecito. Ciò che non è consentito è sfruttare commercialmente la soluzione tecnica protetta senza l’autorizzazione del titolare del brevetto. In altre parole, comprendere come funziona un’invenzione non significa acquisire automaticamente il diritto di produrla, utilizzarla o commercializzarla.
Segreti industriali: il vero terreno di confronto
Molte imprese scelgono di non brevettare alcune innovazioni, preferendo proteggerle come segreti industriali. In questi casi, la tutela non deriva dalla registrazione di un diritto esclusivo, ma dalla capacità dell’azienda di mantenere riservate determinate informazioni. La normativa europea e italiana riconosce generalmente la liceità del reverse engineering quando le informazioni vengono ottenute attraverso l’osservazione, lo studio, lo smontaggio o la prova di un prodotto acquisito legittimamente. Questo significa che un concorrente potrebbe riuscire a comprendere una soluzione tecnica semplicemente analizzando il prodotto disponibile sul mercato. Per tale motivo, le imprese che intendono fare affidamento sul segreto industriale devono valutare attentamente se le proprie innovazioni siano effettivamente difficili da ricostruire attraverso attività di reverse engineering.
Il caso particolare del software
Il software rappresenta un ambito caratterizzato da regole specifiche. La normativa europea consente, in determinate circostanze, attività di osservazione, studio e decompilazione finalizzate a comprendere il funzionamento di un programma o a garantire l’interoperabilità tra sistemi diversi. Tuttavia, tali attività sono soggette a limiti rigorosi. Non è consentito utilizzare il reverse engineering per appropriarsi del codice sorgente, realizzare copie non autorizzate o sviluppare prodotti che riproducano sostanzialmente il software originario in violazione dei diritti del titolare. Anche in questo caso, comprendere il funzionamento di una soluzione non equivale a poterne liberamente sfruttare i contenuti protetti.
Quando il reverse engineering può diventare illecito?
Pur essendo generalmente lecito, il reverse engineering può trasformarsi in una condotta illecita quando viene utilizzato per aggirare diritti di proprietà industriale o per appropriarsi indebitamente del lavoro altrui.
Le situazioni più frequenti riguardano:
- la riproduzione di un’invenzione ancora coperta da brevetto;
- l’acquisizione di informazioni riservate attraverso modalità non autorizzate;
- la violazione di accordi contrattuali o clausole di riservatezza;
- comportamenti riconducibili alla concorrenza sleale.
Ogni caso richiede una valutazione specifica, tenendo conto della tipologia di diritto coinvolto e delle modalità attraverso cui le informazioni sono state ottenute.
Come proteggere la propria innovazione dal reverse engineering
Per le imprese innovative, la domanda più importante non è tanto se il reverse engineering sia lecito, quanto piuttosto come proteggere efficacemente il proprio patrimonio tecnologico.
Una strategia di tutela efficace può prevedere l’utilizzo combinato di diversi strumenti, tra cui:
- brevetti per le innovazioni tecniche;
- segreti industriali per il know-how strategico;
- accordi di riservatezza con dipendenti, fornitori e partner;
- registrazione di disegni e modelli;
- tutela del software e delle banche dati;
- protezione del marchio e dell’identità aziendale.
La scelta dello strumento più adatto dipende dalle caratteristiche dell’innovazione e dagli obiettivi dell’impresa.
Affidati a un professionista
In un mercato sempre più competitivo, conoscere i limiti del reverse engineering è fondamentale sia per chi sviluppa nuove tecnologie sia per chi intende analizzare soluzioni già esistenti. Comprendere quali attività siano consentite, quali diritti possano essere coinvolti e quali strumenti utilizzare per proteggere il proprio know-how consente di ridurre i rischi e valorizzare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Lo Studio Bonini assiste imprese, startup e professionisti nella tutela di brevetti, marchi, design, software, offrendo consulenza specializzata per proteggere e valorizzare l’innovazione in ogni fase del suo sviluppo.